Pinuccia Flore

(...) Sguardo meraviglioso che è vedere senza chiedersi nulla, vedere e basta. Qualcosa come due cose che si toccano - gli occhi e l'immagine- uno sguardo che non prende ma riceve, nel silenzio più assoluto della mente, l'unico sguardo che davvero ci potrebbe salvare - vergine di qualsiasi domanda, ancora non sfregiato dal vizio del sapere - sola innocenza che potrebbe prevenire le ferite delle cose quando da fuori entrano nel cerchio del nostro sentire-vedere-sentire- perché sarebbe nulla di più che un meraviglioso stare davanti, noi e le cose, e negli occhi ricevere il mondo - ricevere - senza domande, perfino senza meraviglia - ricevere -solo- ricevere- negli occhi - il mondo. (Alessandro Baricco, “Oceano Mare”) 
 Antonio Conte lo si può incontrare anche casualmente, casualmente si può incrociare il suo sguardo per le sale di un expò contemporaneo, in una galleria partenopea o in un locale fuoriporta da dove si vede il mare. Però la sua arte non ha nulla di casuale. Se mai è tutto un preciso intendimento, un deliberato percorso di consacrazione prima di tutto popolare. Se egli si professa, infatti, “artista del popolo” è perché semplice è il suo modo di guardare al mondo ed immediata e partecipe la risposta del suo pubblico, interpellato nella propria quotidiana esistenza, nei propri luoghi di ritrovo abituali, così come nelle saltuarie ma motivate visite in galleria d’arte. Volendo tentare di definire l’opera di Antonio sotto precise gerarchie tecniche si rischierebbe, inevitabilmente, di porre un limite a chi è esente da classificazioni o a chi forse, dopo gli anni accademici, ha abbracciato più saperi artistici: il suo colore e il suo gesto possono sembrare espressionisti, per certi suoi soggetti si è chiamato in causa il Surrealismo, alcune sue opere sembrano utilizzare il vocabolario ascetico dell’astrattismo, mentre la Pop-Art e Warhol potrebbero, a tratti, aver ispirato il suo cammino. Chi guarda, però, alla sua arte difficilmente si fa impressionare da tali rimandi. A farla da padrone è il trasporto emotivo che il suo vortice creativo innesca in chi lo guarda, sono la realtà e, insieme, la sua fantasia a farci immaginare cose da noi già pensate o vissute. Inspiegabilmente l’artista le ha narrate prima di tutti, o perché le ha vissute a sua volta, o perché, con discrezione, ha saputo leggere quelle storie negli occhi altrui, tutto intorno. Così si percepisce l’arte di Antonio Conte, come se fosse anche un po’ nostra. Questo è il regalo che l’artista partenopeo fa al suo pubblico, lo eleva a soggetto delle proprie “Facce da Facebook” perché ognuno possa essere famoso per qualcuno, lo trasforma in destinatario delle proprie Mail Art, “Cartoline d’autore”, perché possa essere reso partecipe di ogni attimo della vita dell’artista, di ogni pensiero balenato fulmineo nella mente di quest’ultimo. A volte sa anche impadronirsi dei sogni di noi tutti, sa tornare all’infanzia per riprendere e per restituirci quelle “Storie d’Amore e Fantasia” che nostalgicamente ripercorriamo durante tutta l’età adulta, apponendo su ciascuno di quei ricordi un suggello mitico. E poi, con “Spore”, il suo e il nostro vissuto tornano prepotentemente a galla, questa volta chiamati in causa dalla musica o dalle parole che, al momento giusto, qualcuno ha fatto risuonare nella nostra mente perché ne fossimo irrimediabilmente condizionati, esaltati, confortati. Siamo anche pronti, dunque, con tale bagaglio di sensazioni, a seguire l’artista nelle sue molte peregrinazioni, a farci spazio come indumenti nella sua valigia di emozioni pur di vedere con lui quei luoghi che il suo “Carnet de voyage” ci restituisce sempre con tanta vividezza, con tanta spontanea ingenuità. D’altronde, a volte, si può viaggiare anche con gli occhi degli altri, vivere vite altrui per tornare con più consapevolezza alla propria. E questo riusciamo a fare risalendo quell’interminabile groviglio di inchiostro che Antonio ha riversato sulla carta, per regalarci un attimo, un sospiro, un incontro, un paesaggio lontano. Lo “sguardo meraviglioso” di Antonio Conte sembra essere, così, quello con cui noi tutti vorremmo guardare sempre alla vita, con disincanto, senza timori, “per ricevere, solo ricevere negli occhi il mondo”, accettare, accettare noi stessi e il nostro semplice esistere. 
 

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