Carmela Di Maro
Carmela di Maro parla di Ciro D'Alessio in occasione della esposizione presso il 21 congresso Iapa alla Federico II di Napoli, sala Congressi Via Partenope!
Nella storia moderna della pittura napoletana il Vesuvio è stato protagonista di meravigliose vedute paesaggistiche, ma solo nell'artista contemporaneo Ciro D'Alessio Pittore, quest'ultimo non appartiene più al genere per cui lo si evoca ormai a memoria.
No, non si appella banalmente a un genere, ma insiste nel cogliere il temperamento di una natura che è sotto i nostri occhi mentre tutto la cambia, e ci cambia incessantemente; nel suo stile, quando il soggetto è il golfo di Napoli, il vulcano è una voce singolare che non si uniforma a seconda delle logiche spaziali, proprio perché esso non è in un luogo, ma è tutto un luogo; ebbene, si riformula e con esso anche l'immagine collettiva e canonica, svecchiando con l'immediatezza, la qualità pittorica e l'unicità del carattere che, per tradizione, sono riservate al ritratto, quel luogo comune che è Napoli "in cartolina".
Collezionisti di fine o dirompente gusto stilemico, nazionale e internazionale, seguono la sua produzione con la stessa linea di continuità, che muove i miei interessi da expertise, ormai da anni, e in un sistema dedalico fra moderno e contemporaneo: questa è la pietra angolare di un percorso in cui privato e pubblico viaggiano insieme, e non accade sempre...
Allora, la notizia di questa iniziativa è giunta come l'ennesima conferma del fatto che non tutto ciò che rumoreggia imprime un'accelerazione reale nel contesto in cui si trova, rispetto a quanto, invece, si muove silenziosamente ma in modo corale e interdisciplinare, come solo i più grandi artisti hanno sempre saputo fare nella storia della cultura artistica. E giunge, poi, come un'emozione che contempla daccapo tanti dei nostri discorsi sul valore pubblico dell'arte. Che non è mera pubblicità, ma familiarità con un'idea di futuro per cui l'arte serve ancora come linguaggio e come forma di intervento. In forma di causa, anziché di effetto speciale.
Ciò dà potere e libertà all'immaginazione, smuove la ricerca di un nuovo approccio di mercato, e il valore, il lusso intrinseco, sa contare a partire dalla vitalità dell'opera e dal suo modo di attraversare il macrosistema come "unicum", non in forza di una firma brandizzata o di un multiplo stilistico dei numeri primi.
I migliori artisti della scuola napoletana del Seicento, che ora popolano il mercato e i musei più prestigiosi al mondo, talvolta, come saprete, non sentivano la necessità di valere nel nome, di firmarsi.
Ci ricorda una cosa essenziale, che pensava anche il nostro Salvator Rosa:
il valore degli zecchini, prima devono brillare di luce propria, devono essere "azzeccati" da un carisma riconoscibile anche se continua a mutare.
Una lezione magistrale che abbiamo dimenticato.
Ciò che si lascia amare e riconoscere senza ipocrisia come un faro in un mondo che degrada nell'impersonalità più accecante e disturbante, al di là della personalità artistica che anche un occhio elementare riconosce senza affanno, è l'umiltà e la genuina cordialità, la cultura che si cela in ciò che pensa, valuta e realizza, e l'armonia tra fedeltà per se stesso e sensibilità con cui mettersi in gioco, domandarsi, ricercare.
Ho trovato un amico leale nell'artista di cui proprio non riesco ad esaurire la materia prima della critica: la ricreazione, l'entusiasmo di stare a vedere (anche con gli occhi pieni di tutto ciò che ho già visto e continuo a vedere, tra passato, presente e presentimento).
Sono orgogliosa di Ciro D'Alessio, per l'uomo e l'artista che ha il mio e l'affetto di tante persone, valide quanto lui per legge di attrazione, e per il riconoscimento che merita da più tempo di quanto sia colpevole, ora come ora, mettersi a dare i numeri.
Non bisogna perderlo d'occhio!