ANTONIO CASTELLANA
Il suo linguaggio pittorico, di stampo informale è contrassegnato da un’intrigante fusione tra reale e surreale e da una compostezza classica proiettata nella modernità. Gabriela Aleksandra Szuba raffigura splendidi paesaggi attraverso armoniche dissezioni, e gesti che sono un tripudio all’estetica e alla sensibilità umana, immagini che sorprendono però, per l’improbabilità delle cromie ed il gusto ricercato delle originali profondità. La sua iconografia descrive una realtà non riconducibile al vero ma interpretata con forti contrasti cromatici, volti a creare una particolare tensione emotiva e a richiamare quella voce interiore spesso ignorata dagli uomini riportandoli alla sensibilità e alla concretezza dei veri valori della vita. Un artista fedele all’espressività nella quale da sempre crede, in continua evoluzione, attraverso la contemplazione, la scoperta di nuovi mondi, che comunica attraverso una poetica in grado di tradurre la pennellata in parola che giunge al cuore. La realtà di luoghi e degli oggetti naturali che si ammantano di mistero, di magia, coinvolgono l’artista e la rendono non solo interprete di scenari senza tempo, illusionista delle emozioni che tali scenari provocano in noi. Questo ruolo di meditazione tra il visibile e l’invisibile, tra la realtà e la fantasia, la mescolanza di effetti visivi è l’identità dell’esperienza artistica di Gabriela Aleksandra Szuba richiamando il suo ciclo della vita proprio per effetto della fusione di cielo e terra. Le tecniche miste sono quanto mai consoni ai colori, degli ambienti naturali riportandoci con una certa freschezza a rivivere sentimenti ed emozioni con il piacere estetico di fruire del sogno e della fantasia dell’artista. Di fronte alle sue opere, di fronte al quel dialogo intimo con la natura attraverso una composizione cromatica e spontanea, senza forzature, e’ impossibile non essere pervasi da una sorta di commozione e di ritorno fluente di nuove sensazioni ad un passato che vive ancora nella nostra memoria.
Antonio Castellana
Critico d’arte