cristina palmieri
Paesaggi Possibili
[...] L’assenza della figurazione, del rappresentato leggibile
vengono sostituiti dalla presenza di segni che rinviano ad essi, ma che, a differenza di un
sistema codificato e convenzionale, obbligano chi osserva il quadro ad affrontare un
proprio percorso di lettura e decifrazione. Di fatto un cammino realizzato nel profondo
mistero, attingendo a quel repertorio immaginativo ed interpretativo che testimonia in
ognuno di noi un legame sacro con la terra e con tutti gli elementi naturali. La Matteoli
conduce così ad unirsi all’anima del mondo, o dei mondi, reali ed irreali, possibili e “finti”,
perché grazie all’anima possiamo divenire tutto ed essere ovunque. Come affermava
Anassagora – e con lui molti presocratici – “tutto è in tutto” e qualsiasi cosa ha un potere
evocativo. E’ evidente che all’artista non prema che l’osservatore decodifichi con
puntualità segno per segno. L’arte non è un linguaggio che necessiti una precisa ed
univoca decifrazione. Il fascino del compiere un iter di interpretazione nasce dall’apertura
del potere di significazione dell’opera, la quale va a sollecitare quel fluido e ricco territorio
che si spalanca sugli automatismi del nostro inconscio. Questa sorta di mappe concettuali,
o di mondi magici, che la Matteoli immagina e a cui dà vita, paiono contenere l'insieme
delle “tensioni” alle quali ogni individuo è assoggettato. Del resto anche nell'esistenza più
ordinaria si cela un immaginario immenso a cui poter far riferimento. Miti, fiabe, leggende
dimorano in ogni persona e la inondano di immagini che si stratificano e sovrappongono a
quelle dei ricordi, delle sensazioni che vive in ogni istante, dell’ immaginazione che la
proietta nel futuro, possibile o impossibile, dei sogni che albergano nel suo inconscio. In
questi quadri ognuno potrà immergersi ed abbandonarsi per ritrovare se stesso,
scoprendo forse qualcosa di nuovo. Alla coscienza di sé – come ben ha dimostrato la
psicoanalisi – si perviene quando si sbloccano gli impulsi che devono pervenire ai sensi.
Ovviamente l’ambito espressivo della pittura si concretizza in primis nelle valutazioni
compositive, nella scelta degli accordi o dei contrasti cromatici, nella costruzione dello
spazio formale. Laura Matteoli ha la capacità di trovare sempre un’euritmia tra gli elementi
che costituiscono l’opera. La composizione dei suoi lavori affascina poiché in essi non vi è
mai stasi o staticità; gli elementi che appaiono sul supporto a disegnare il racconto, i quali
- soprattutto nell’ultimo periodo della sua produzione - si fondono completamente con il
colore, divenendo con esso un tutt’uno, vivono di eterno movimento, in un dinamismo
pulsante che avvicina sempre più l’artista alle tecniche di certo informale segnico e
gestuale e di certo tachisme. Divengono, come recita il titolo di un’opera, “Paesaggi
possibili”, nei quali la pittrice caparbiamente vuole svelare quanto è apparentemente
inaccessibile ed inesplorabile, conferendogli un volto - pur non immediatamente ed
univocamente leggibile - attraverso la più preziosa delle nostre facoltà mentali, la fantasia,
il cui etimo greco (il verbo φαίνω, mostrare) riporta proprio al concetto di disvelamento.
La rappresentazione, nel tempo si fa perciò sempre più rarefatta (negli anni 2000 ancora
potevamo riconoscere elementi figurativi, pur composti in modo assolutamente arbitrario e
fiabesco); a comunicare sono soprattutto le forme e i colori - come insegna il padre
dell’astrazione, Kandinskij, di cui Laura ha ben analizzato e assimilato le riflessioni e la
lezione - e quanto, istantaneamente, richiamano nella nostra spiritualità. Pregnante,
come da subito accennato, è il potere evocativo di quel segno a cui mai abdica, attraverso
cui crea forme stilizzate, talvolta cesellato come fosse un graffio casuale, un ghirigoro sulla
superficie cromatica, talvolta inciso con il tratto a grafite. Un segno-gesto che diventa
puramente calligrafico, contenuto in spazi fluidi che sembrano ritagli esistenziali a sé stanti
e conclusi. La superficie pittorica è costruita anche nel piacere della sperimentazione, nel
desiderio di accostare varie tecniche esecutive e differenti mezzi, senza preclusioni, senza
esclusioni. Tutto in questi lavori recenti è improntato alla libertà totale, superando ogni
esigenza di razionalità a favore di una pittura che si nutre dei segreti che abitano sulla
soglia del “non detto”, poiché l’anima parla un linguaggio liquido, senza contenimenti.
Quanto, in definitiva, mi colpisce della Matteoli è la capacità di addentrarsi in un labirinto
psichico in cui nulla è mai risolutivamente svelato e mai completamente risolto, e che
quindi può avere un volto spesso inquietante, creando un universo evanescente, lirico,
leggero. Gli azzurri e i blu accostati al chiarore dei bianchi e dei grigi tenui rammentano la
bellezza aerea di cieli squarciati da nubi, i turchesi la bellezza estatica del il mare, le tinte
verde pastello la poesia di giardini immaginari che profumano di primavera. Anche i rossi
accesi sono stemperati dal bianco, così come i violetti sono sempre accostati ed utilizzati
in modo da non comunicare l’inquietudine delle tenebre, a cui possono rimandare, quanto
piuttosto entusiasmo e vivacità, esorcizzando attraverso l’equilibrio tonale quello che di
inquietante soggiaccia dietro ad essi.
Sono opere sinestetiche quelle di questa artista pisana, che - attraverso l’utilizzo sapiente
di segno, colore e movimento – sa animare la composizione attestando la parità
gerarchica dei propri mezzi espressivi. Non si affermano nessi logici fra gli elementi che
concorrono a strutturare la trama del quadro. Si cerca piuttosto, come sottolineato, di dar
voce a “vibrazioni” che mettano a nudo la vita dell’anima, che la mostrino, provocando
nello spettatore la medesima scossa, affinché anche chi osserva possa divenire artefice di
un proprio processo creativo, quindi conoscitivo. Alla scoperta di se stesso attraverso la
penetrazione, senza titubanza, degli orditi segreti dell’esistere.
CRISTINA PALMIERI