Valerio Grimaldi

Oltre l’informale nelle stanze della memoria

L’urgenza di Patrizia Gandini di calarsi ‘’ in situazione ’’ le ha fatto presto abbandonare i territori di una scabra figurazione ai limiti dell’immaginifico surreale e del segnismo automatico di un Lam o di un Matta per buttarsi a capofitto nella turbinosa materia del vortice informale. Un informale come diario dell’esistenza – negata o confermata nelle sue coordinate di liberatoria rivelazione -e del necessario e conseguente cortocircuito interiore che, in stand by permanente, mette in crisi le certezze della ragione. Saltando, infatti gli equilibri preconfezionati e il figurare analitico di certe icone giovanili l’artista ha iniziato a collegare – sgomitolando canali percettivi ed emozionali – l’avventura visiva con l’avventura psichica, ha fissato vitalismi inconsci, segmenti esistenziali, paesaggi dell’anima: una interiorità, in sintesi, comunicata attraverso un metalinguaggio di segni , di strappi, di frammentazioni, di colore esaltante o incupito e luttuoso, di improvvise voragini e vertigini di cieli improbabili. Inizia per Patrizia nei primi anni ’90, una ricerca analitica del come omologarsi sul piano estetico nella contemporanea esigenza di una comunicazione interiore necessaria e imprescindibile. Il suo ‘’vissuto’’ è il termine di paragone e di progetto ma il meccanicismo automatico di segno e gesto che sortisce in prima battuta se da una parte rompe con il rifiuto iconografico preesistente, non chiude il cerchio della temperatura emotiva, non trasmette ancora la necessaria tensione, non dipinge il reperto o l’ambiguità autobiografica.

Rileggendosi l’artista procede così, in rapida successione, oltre l’informale usando la ‘’scrittura informale’’ per cucirsela addosso, perché diventi significante del suo groviglio di donna e di artista, per creare un logo estetico permanente che la rappresenti e, nel contempo, la identifichi, per dare forma a quei sommovimenti interiori fatti di dubbi, di paure, di cadute e di entusiasmi, di passioni e di inquieti estraniamenti: stanza della memoria e ansia di esistenza da portare sulla tela e sulla tavola seguendo il sottile fil rouge del vivere comunque.

E’ una immersione avvolgente che parte dal cuore della terra per dilatarsi in un fluire di pensieri trasposti, nel volo verso l’infinito. E’ il nocciolo dei sobbalzi emotivi che inizia un nuovo viaggio nella materia incandescente dell’ego o nei cieli inquietanti del razionale emotivo. Sono gli starti geologici depositati dell’essere nella sua evoluzione e trasformazione quelli che P.Gandini comincia a tradurre esplorando crepe e anfratti interiori, sciabolando colori, sagnando e ferendo superfici, evocando ombre, feticci notturni, solitudini di azzurro, nervature di bianchi feriti, lacerazioni di rossi infuocati.

Liberarsi della costrizione all’immagine, o di quella parte rewsiduale di essa che le era rimasta incollata ai pennelli, è stato per P.Gandini liberatorio come una confessione, un pianto, un urlo. Libera di volare sopra se stessa e di buttarsi senza reti protettive in una ricognizione interiore che divenisse diario e racconto, esternazione e rifugio, passione avvolgente e nicchia intellettuale, l’artista trentina ha trovato il suo filo di Arianna per uscire dal labirinto delle troppe pulsioni che le mordevano dentro.

Veniva così parzialmente estinguendosi l’urgenza di portare alla luce l’inconscio soggettivo. Raccontare e non raccontarsi per sistematizzare, ordinare, ripulire, raffreddare, decontaminare le acque torbide di esiti esistenziali, di impulsi aggressivi, di scarti improvvisi. Oggi se i colori restano gli stessi come, del resto, l’altra costante di una gestualità nervosa e intenzionale, è una aggiornata compostezza che pare paralizzare le opere recenti. In esse si riscontra una nuova struttura mentale di approccio con ritmi e movimento inediti rispetto al recente passato: sono rimossi alcuni furori cromatici, filtrati gli addensamenti e le implosioni di astratto naturalistico, segmentate ed irrobustite le tracce segniche, rarefatti i passionali addensamenti della materia.

In questa maturità raggiunta P.Gandini entra ed è presente, a tutto tondo, in quella ‘’scuola di Pergine V.’’ che ha in un Maestro quale Aldo Caron la sua polarità storica ed estetica, scuola significativa e di grande interesse che pervicacemente sembra smentire quello che Jaffè definì ‘’ il non contemporaneo nel contemporaneo ‘’. Questo covo di artisti trentini, noti ed emergenti, conferma il grande ritorno italiano alla stagione informale, all’affrancamento dalla immagine virtuale, al progressivo discostarsi da un discorsivo, spurio riferimento ai media ed alla loro fabbrica seriale di reale contraffatto. Una presenza non marginale quella di Patrizia nel gruppo, e vale la pena di sottolinearlo, non femminile. Annotavo, di recente, come materie e materiali visivi contemporanei abbiano spazzato via definitivamente il concetto di arte ‘’al femminile’’. In effetti dalla multimedialità del virtuale alla pittura-pittura, dalla nuova immaginazione fotografica sino alla rilettura di quelle linee della unicità tanto care a Lara Vinca Masini, la donna artista produce oggi arte senza alcuna sudditanza né estetica né creativa.

Un esempio tattile e chiaramente percepibile di questa nuova autonomia della Gandini artista è immediatamente visibile nelle sculture e negli oggetti in ceramica raku: un rito creativo dai gesti antichi a mezza strada tra una iniziazione al fuoco ed una gestualità millenaria importata dal lontano oriente. Recuperare ed estrarre dall’oggetto, anche quotidiano gli elementi lirici e poetici, farne tracimare il senso pulito della forma, dei volumi nel libero moto dello spazio è dare, insieme, nuovi spessori e nuovi incantesimi alla preziosa materia della ceramica. Dalle identità cangianti dei vetri colorati inseriti nel corpo scultoreo delle lampade alla successione e segmentazione degli spazi, da alcune grafie primitive ai ritmi e ai frammenti cromatici incastonati nella forma pura, P.Gandini resta ancorata, anche nella scultura, alla essenzialità della materia, alla sua fisicità trasposta resa, quasi in uno sviluppo di energia drammatica, sequenza di vita e di ‘’ludus’’ permanente.

Valerio Grimaldi      Luglio 2001  


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