Simone Bandini

Incontro Riccardo Antonelli e mi sovviene di getto, per un oscuro gioco associativo, quel bellissimo romanzo di Jean-Paul Sartre che lessi giovinetto in una grande città. Egli ha qualcosa di diverso che non riesco subito a decifrare. Poi lentamente comprendo: serba un dramma, porta il peso di una grave mancanza. Antonelli si esprime con grande riserbo, con pudore e rispetto, perché sa di non poter violare ne offendere l’assurdità del mondo. La sua arte è una constatazione neutrale, uno sguardo impassibile sul tempo degli uomini. Ma a questa vista Antonelli non rimane indifferente, né sempre lo stesso. L’abisso guarda in lui ed egli ne porta visibilmente il peso.

Il tempo è un giudice severo, un incisore fine e spietato. E mentre il divenire aspetta che il primo sventurato si getti tra le sue braccia, vi è una luce a spezzare le ombre. Questa radiazione è la volontà umana che, nella sua essenza è opposizione, ribellione, slancio, rifiuto di una condizione imperfetta che tuttavia ha in sé gli strumenti del divino: degli occhi in grado di volgersi all’assoluto, un cuore pronto ad ogni impresa, ma delle gambe stanche che, gioco forza, dovranno fermarsi a riposare. Ed in quel momento perderanno il cammino.

Per Riccardo Antonelli l’arte è appunto una mandato totalizzante: “Quando dipingo si prepara la mia sortita dal mondo, vado in cerca di un incantesimo. La mia natura sedata, latente, si manifesta con forza. Questo accade sempre di notte quando posso prendermi davvero sul serio e quando, la luce splende da dentro ed ogni avventura è possibile”.

I colori compaiono solo in un secondo momento, con il loro spettro sensibile: occorre limitarne la volgarità, con discrezione, distillarne l’essenza. Essi sono dei messaggeri appunto, messaggeri di luce. Vengono con essa ma ad essa debbono la vita: “I colori mi danno quasi fastidio, mi intimoriscono e mi confondono. Sono una distrazione al pari delle forme e delle relazioni tra gli oggetti. Essi sono un momento secondario della percezione. Giunge dapprima la luce, in purezza, poi il bianco ed il nero. Infine i colori che è necessario ammaestrare e piegare alla volontà individuale”.

Ed infatti i colori prevalenti, temi spesso monocromici, sono dei neri, dei rossi, bianchi e tinte blu. Una vita che ha bisogno di sbocciare, di essere iniziata dopo l’arbitrio della sua nascita. Il colore ne è la nota distintiva, la singolarità guadagnata. Come un padre, l’artista stabilisce legami carnali con la sua discendenza, con l’opera. Ma quando un figlio cresce, si separa dal creatore, vive di luce propria, subentrano sentimenti di repulsione e contrasto, così come si stentano a capire le azioni di un adolescente: un essere umano unico ed esclusivo, ma non già un uomo.

Le creazioni dell’Antonelli sono rapsodie che racchiudono un’epifania nascosta, un segno augurale: “Ciò che conta è la dimensione del fare. Si è straordinariamente incoscienti degli esiti finali. Il mio legame con le tele è assolutamente irrazionale, non vi è un percorso, una logica iniziale. Le relazioni sono già nell’espressione, quale compimento”. Per questo ogni opera è un universo concluso ed il sentimento che si conserva con essa, nel tempo – creatore versus creato – è ingiustificato, irrazionale, santo.

L’artista trae ispirazione dalla musica, vive con essa e si lascia trasportare in estensioni altre. Come dice il vecchio Schopenhauer essa porta con sé il dolore del mondo senza recarne il peso.


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