Eusebio della Corte
Rosario Bergamasco, in arte Rosberg, si colloca in quella zona fertile in cui la pittura smette di essere semplice rappresentazione e diventa atto, presa di posizione, traccia di una necessità interiore. La sua non è una ricerca decorativa, ma un attraversamento: della materia, del segno, del tempo emotivo che precede e segue ogni gesto.
La pennellata di Rosberg è il fulcro del suo linguaggio. Non descrive: incide. È una pennellata che conserva la memoria del movimento, che non viene addomesticata né rifinita, ma lasciata viva, a volte aspra, a volte lirica, sempre carica di tensione. In essa si avverte il corpo dell’artista, il ritmo del respiro, l’urgenza di dire prima ancora di spiegare. Il colore non è mai neutro: è scelta etica oltre che estetica, veicolo di stati interiori, campo di battaglia tra controllo e abbandono.
La tecnica diventa così un linguaggio emotivo. Stratificazioni, raschiature, aperture improvvise dello spazio pittorico costruiscono superfici che non chiedono di essere lette, ma attraversate. Rosberg sembra dialogare con l’informale e l’espressionismo, ma senza aderire a una genealogia precisa: la sua pittura è autonoma, personale, riconoscibile proprio perché rifiuta l’imitazione. Ogni opera è un equilibrio instabile tra caos e intenzione, tra gesto istintivo e consapevolezza compositiva.
Il messaggio non è mai didascalico. Rosberg affida alla pittura ciò che le parole rischierebbero di semplificare: il conflitto, la fragilità, la resistenza dell’umano. Le sue tele non offrono risposte, ma pongono domande necessarie. Sono spazi di confronto, superfici che restituiscono allo spettatore la responsabilità dello sguardo. In questo senso, la sua arte non si consuma nell’atto espositivo, ma continua a vivere nel dialogo silenzioso con chi osserva.
In Rosberg, la pittura torna a essere urgenza. Non illustra il mondo: lo interroga. Non lo rassicura: lo mette in crisi. Ed è proprio in questa tensione, mai risolta, che risiede la forza del suo lavoro — una pittura che non chiede consenso, ma presenza.