Anton Giulio Niccoli

Disquisire unicamente di fumetti o pop art nei riguardi dell?arte di Steve risulterebbe piuttosto semplicistico. Proverò a spiegare in breve il motivo per cui, a mio parere, Steve rappresenta al meglio quella frangia ?neoconservatrice? che tanto successo ha ottenuto su scala mondiale, contestualizzando il suo progetto artistico. Secondo Lyotard, il cui pensiero è da iscriversi in quell?orizzonte culturale francese che ha visto la Nietzsche ? Renaissance degli anni sessanta e settanta, il processo dissolutivo del moderno è conseguente alla sua stessa logica, per cui il postmoderno non si pone come antitetico rispetto ad esso. Sia sul piano filosofico che su quello politico, il moderno si caratterizza per la ricerca di una globalità come valico dell?identità particolare che, a ben vedere, avviene sempre da un?ottica peculiare. Questa contraddizione fonda il progetto universalistico moderno. Nel XX secolo, sempre secondo Lyotard, entrano in crisi gli ideali modernisti dei cosi detti grands recits, meta racconti cioè, filosofie storiche come progetti totali, vicende emancipative per l?uomo, di cui esempi classici sono l?hegelismo, il marxismo e il cristianesimo. Questi meta racconti hanno pretese universalistiche che dovrebbero legittimarli; ma una presunzione di interezza è pur sempre di parte nel tentativo d?invalidare altre istanze che le siano rivali. Il postmoderno si lascia definire come processo di delegittimazione di queste idee (tali germi si anniderebbero proprio nella dialettica stessa della modernità), non come loro semplice devianza, tanto che la sua specificità è la fine delle grandi narrazioni. Vuol significare perciò il compimento dell?universalità, il ritorno alla frammentazione, all?incompattezza e all?immanenza, con il conseguente rafforzamento delle discordanze locali. Il postmoderno, differendo in tal senso, accetta il momento inventivo della fantasia, è sperimentale, cercando di pervenire a un futuro che non è solo regressivo, ma si riferisce ad un modus operandi del tempo che critica l?intera concezione lineare e progressiva della storia, referente d?una coscienza modernista. Lyotard afferma infatti che il postmoderno non è da intendersi come moderno alla fine ma allo stato nascente, e questo è costante. Una tesi del Belting riguardante proprio le narrazioni, sostiene che l?arte contemporanea manifesta la consapevolezza della storia nella sua pienezza ma non la fa avanzare. Ciò comproverebbe, almeno in parte, le molte riflessioni sull?arte dopo la fine dell?arte che alcuni studiosi fanno coincidere con l?avvento della Pop-art, udendo in lontananza quel grido di ?morte all?arte? di Gan che riecheggia da quasi un secolo. Ma se, come scrive Belting, esiste un?arte prima dell?era dell?arte, è plausibile concepirne una dopo la sua fantomatica estinzione. Ai giorni nostri ogni elemento recupera un posto ideale, il suo spazio e superficie vitale, senza linee apparenti da voler seguire, dove le tante realtà, non potendo eliminarsi vicendevolmente, risultano poco difformi l?una dall?altra. Questo perché, nell?era postmoderna, gli artisti si sono emancipati dal fardello della storia, da plausibili ragionamenti filosofici decaduti in seguito alla definitiva interiorizzazione dell?opera duchampiana, anche grazie alla celebrità planetaria del ?popular sign?, quando cioè come scrive Danto, il giudizio filosofico e visivo non fu più in grado di giustificare le possibili differenze tra un?opera ed un semplice oggetto da supermarket, si pensi alle ?Brillo Box? di Warhol, ma ancor prima allo ?Scolabottiglie? di Duchamp. L?artista contemporaneo ha il dovere di creare liberamente, citare famelicamente, realizzare per qualunque stimolo o per alcuno scopo, facilitato nel separarsi dall?estetica materialista caldeggiando il contenuto. La nostra arte contemporanea impone logiche non lineari, stratificate, senza monolicità strutturali, ed essendo pluralistica nelle intenzioni è capace di prendere in prestito dal passato tutto quello che le può giovare per sostanziare quei ?postmodernismi? che la delimitano, celebrando una congerie di stili difformi indicanti la sua peculiare facoltà. Il passato diventa dunque un museo, una scatola magica colma di tanti stili da rivisitarsi senza impedimenti, anche se questa revisione non è semplice rivisitazione, è di per se stessa una differenza: da citare a tal proposito il movimento nato in Italia negli anni settanta, ?Ripetizione Differente?. Questo è il periodo della globalizzazione e del multiculturalismo per cui è d?uopo vivere assieme senza bisogno di reciproche epurazioni, o almeno è ciò che tutti vorremmo. Accettare questa pluralità concettuale conferma che ogni pensiero artistico, e non solo, è figlio della propria contingenza temporale. Analogamente gli artisti di oggi potranno cingere ogni singola espressione o tutte ugualmente. Ma se l?attuale situazione propina stili meritevoli, nessuno migliore dell?altro o come affermò Beuys:-siamo tutti artisti-, ci si potrebbe domandare quale sia la prerogativa, a patto che sussista, per poter partecipare alla variopinta giostra della contemporaneità. La critica attuale, per carità di patria, non intende l?arte indifferentemente valida, ma solo che i suoi meriti e/o demeriti non risiedono più nello stile giusto o in un determinato Manifesto (Futurismo, Astrattismo, Cubismo?). Non esistendo più verità assolute si potrebbe facilmente assumere quella posizione aristotelica per cui tutto allora è lecito. Ma un paradigma essenziale, in realtà, sussiste ancor?oggi e qualsiasi cosa gli sfugga può considerarsi immeritevole, venendo perciò ricusata. Anche il sistema critico dunque, dovrà spaziare in ogni direzione per essere il più possibile pluralistico e, soprattutto, antiestetico, ovvero valutare non la forma ma la validità contemporanea dell?opera d?arte, cosa tra l?altro non semplice. E? qui che entra in gioco l?arte di Steve, il suo nomadismo intellettuale lo sprona a viaggiare nella storia come in una banca dati, con quel rinnovato attraversamento reale e virtuale di frontiere non in termini nostalgici, all?opposto con euforica sovranità interpretativa. Il paradigma di Steve è ovviamente il fumetto, ma l?uso che ne segue non è automatico come potrebbe apparire. I suoi lavori sono segni manuali di figure riprodotte non meccanicamente, il suo propizio osservare cristallizza un vero ?ready-made fatto a mano?, trasmettendo con l?imago impressioni di una realtà sensibile e suscettibile di futuri cambiamenti radicali. L?esistenza risulta positivamente mediata attraverso la sublimazione di un?immagine stampata. Steve purifica le sue forme appropriandosene, lavora affinchè i fumetti siano simili alle immagini riportate sulla tela. Questa è la linea eterea dell?artista: copiare figure ma adattarle ai suoi parametri pittorici, ricomporle nell?interesse dell?unità e della sacralità espressiva nel nome di una soggettività e di uno scopo distintivo. Il riferimento a Lichtenstein è evidente e mai banale. L?arte pop è il punto di partenza, non d?approdo. Lo strappo temporale tra i maestri degli anni sessanta e Steve è enorme per attuare comparazioni reali: esistono altre condizioni politiche, storiche, culturali. E? una contingenza transitoria totalmente dissimile. E nella transitorietà va analizzata la sua opera. Pensiamo infatti come il postmodernismo, negli anni, abbia offerto nuove intuizioni sul modernismo, in special modo per quanto concerne avanguardie storiche a lungo sottostimate dai giudizi dominanti, il Surrealismo e il Dadaismo per esempio. In questo modo il postmodernismo diviene un mezzo di riesame del modernismo tanto quanto di dichiararne una possibile ma improbabile fine. Steve fa proprio questo: attua una rilettura postmoderna e pacifica dell?arte pop. C?è in lui un?eroica riscoperta dell?individualità artistica palesata dalla supposta anonimità della cultura di massa e l?esigenza di memoria storica in opposizione alla presunta amnesia della cultura modernista. La validità artistica di Steve sta nel fatto che pur interpretando uno ?stile accertato?, tende al contempo a privarlo non solo del contesto primigenio, ma anche di qualunque senso pregresso. Dunque i suoi lavori si beano e fluttuano nell?intersezione tra pubblico e privato, situandosi tra il centro della cultura dei libri d?arte e quello delle riviste fumettistiche che si è sviluppata sulle macerie della controcultura americana di fine anni sessanta. Adattando la sua maestria pittorica alla tecnica riproduttiva, Steve analizza, ma senza esasperazione, il disfacimento della vita individuale soggettiva del XXI secolo, non del XX, rimpiazzata dalle impersonali e stereotipate, seppur gradevoli, caricature dell?individualità. La perfezione stilistica dei quadri, le campiture e i colori appiattiti e scevri di una benché minima sbavatura, simboleggiano il carattere livellato all?interno del mondo mass-mediatico che uniforma le coscienze fino al parossismo, in modo infinitamente maggiore che negli anni sessanta. Il suo allora non è un semplice rifarsi a, ma un esclusivo omaggio ai grandi maestri americani, in grado di prevedere come le apparenze d?ogni tipo sarebbero presto divenute parte primaria di quell??industria della coscienza? che, serenamente, ci appartiene. L?artista romano plasma nient?altro che trompe l?oeil coevi, impossibilitati a divenire ?oltre storici? per quell?insita capacità catodica, finestre interattive sul mondo della nostra e attuale cultura, in primis della sua, codici che traspongono stilemi passati secondo una chiave presente, utilizzando la citazione, spesso la figura femminile, in una sorta di dialogo in cui intervengono elementi di nota e apprezzata provenienza, in altre parole, Steve.
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