Clair de Lune - 2021
Descrizione
di Cinzia Baldazzi (critico e saggista letterario)
Romina Monteleone Clair de Lune
La luna piena immaginata da Romina Monteleone ha un pallore livido, a malapena capace di illuminare esseri e cose. Non è un paesaggio reale quello che i suoi raggi a stento raggiungono: la vera luce è frontale, diretta su un territorio dell'anima delimitato dal colore intenso della capigliatura, dal volto femminile seminascosto e dagli occhi bistrati. Ne emerge uno sguardo enigmatico, al di là della netta distinzione tra felicità e tristezza. Qual è il veicolo scelto per realizzare questo inquietante rapporto? È il riunirsi delle mani giunte, in qualche modo "minacciata" da altre due dall'aspetto più problematico. L'opera non spazia dunque nell'area semantica di dedica conciliatoria e protettiva della Sonata n.14 in do minore op.27 famosa come Al chiaro di luna, dedicata da Ludwig van Beethoven alla sua donna Giulietta Guicciardi. Piuttosto, sperimenta l'aura tipica del Clair de lune, cent'anni più giovane, del simbolista Claude Debussy. Dalla tela, infatti, emergono differenti modi di intendere la vita (e l'arte), tra arcaismo e barocco, serenità e tensione, istanze naturalistiche (i cespugli retrostanti) e luoghi metaforici (gli alberi intrecciati). Ma l'autrice di questo Clair de lune, in certo senso orientata anche dalla polisemia dei versi di Paul Verlaine, universale di trasmettere la beltà, punta sull'atto della preghiera, guidato da braccia convergenti quasi fossero un cammino da seguire. Non per niente l'omonimo brano di Debussy inizialmente aveva per titolo Promenade sentimentale.
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